|
Una città-incrocio
di Gino & Michele
I luoghi non sono mai del tutto oggettivi.
Viviamo un' intera vita per rendere cose - e persone situazioni epoche - belle o brutte; alte basse bianche nere grigie; entusiasmanti o tristissime. Sono le stesse cose, persone, epoche che altri uomini possono vivere in modo diametralmente opposto al nostro. La realtà, qualsiasi essa sia, un granello di sabbia o il primo amore, acquista valori diversi, cambia persino le sembianze, una volta passata attraverso la nostra anima o la nostra mente, i nostri occhi o le nostre emozioni.
La realtà dunque ci pare che non si possa dire oggettiva.Che non sia mai veramente obiettiva.
Fa specie, pensando alla macchina fotografica, che quell’aggeggio che aiuta a fermare per sempre le immagini - l’obiettivo - prenda il nome tecnico da un assunto che detterebbe invece verità intrinseche, obiettive, appunto.
I fotografi sanno bene che non è così. Dietro a ogni fotografia c’è un’anima, un occhio, una sensibilità che differenzia la scelta di un soggetto da un altro. In quel preciso momento, con quella data luce, con quel taglio e quel tempo di esposizione scelto dal fotografo, la realtà che sta per essere fermata in immagine proprio attraverso l'obiettivo, da oggettiva diviene soggettiva e la fotografia che ne prenderà forma avrà per sempre il segno del suo creatore. Un artificio destinato a coinvolgere contemporanee forme d'arte.
Accade un po' la stessa cosa a chi scrive. Più autori che volessero raccontare la città in cui vivono, anche facendolo nella stessa epoca e magari dalla stessa scrivania o guardano le strade dai medesimi vetri, offrirebbero al lettore pagine diverse. C'è stato addirittura un maestro di scrittura - Queneau - che in un sublime "esercizio di stile" si è divertito a raccontarci in decine di sfaccettature differenti un medesimo, apparentemente insignificante accadimento.
Un altro grande scrittore, il "catalogatore" Georges Perec, ha trascorso l'intera vita imponendosi un affascinate appuntamento: trovarsi a annotare su un foglio ciò che vedeva in una piazza parigina ogni anno, stesso giorno, stessa ora.
|
L'idea è stata "rubata" con intelligenza dal regista Wayne Wang che in Smoke, film delizioso, fa fare la medesima cosa a un negoziante, ma questa volta con la macchina fotografica: 4000 fotografie, stesso luogo, stessa ora, stesso taglio e angolazione, giorno dopo giorno. Riducendo al minimo, questa volta sì, l'interpretazione e lasciando totale spazio al documento. Ma in questo caso, come in Perec, il genio creativo sta nell'idea di partenza: anche qui, seppur all'origine, si potrebbe parlare di artificio, in fondo. Abbiamo accennato di fotografia e di scrittura in parallelo. Sono forme diverse di interpretazione del reale, ma come si può intuire anche dalle righe precedenti, non così lontane. Per questo abbiamo accettato di provare a incrociare le nostre micro emozioni di milanesi che di professione scrivono, con quelle di un amico fotografo. Con Riccardo abbiamo provato a raccontare alcuni luoghi, per noi significativi, della nostra città. Ci piacciono i suoi tagli "verticali". Ci raccontano soprattutto quello a cui noi milanesi non siamo più abituati: non sappiamo ormai guardare in alto. Anche le città hanno i cieli (e raramente le stelle).
Riccardo Lorenzi è in qualche modo un "pagnottante", come si sono chiamati per secoli coloro che sono approdati in città per attingere e partecipare alla crescita della nostra composita cultura di città-incrocio. Milano è la sola città italiana degna di chiamarsi metropoli anche per questo . I milanesi sanno bene che la sopravvivenza dei loro luoghi e dei loro primati necessita di confronti continui. Grandi e piccoli. Da Stendhal alle portinaie di Barletta, da Mourinho al garagista ucraino sotto casa.
Non sappiamo se Riccardo sia più avvicinabile a Stendhal o a Mourinho; certamente non è ucraino ma pur essendo toscanissimo offre la medesima estroversione di una portinaia di Barletta. Ci è bastato raccontarci qualche mezza giornata per capire che ci si poteva divertire assieme. Per questo abbiamo accettato il suo invito. E caricatolo sulle nostre Vespe l'abbiamo portato in giro per itinerari milanesi che ci appartengono. Luoghi cosi poco obiettivi, così "nostri", da diventare suoi. Ce li ha ritornati identici e diversi. Milano è così, uno scambio perenne.
|