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  • Verticalità

    Dal basso è possibile guardare avanti o in alto: si può scegliere di procedere orizzontalmente, oppure di orientarsi verticalmente. Lo sguardo umano, anche scegliendo quest’ultima via e rivolto in alto, può tentare di ignorare, ma mai eludere ciò che delimita la propria prospettiva; può ridefinire tale limite, lo può scorgere sfuggevolmente e vedere sfocato, ma non può annullarlo. Un “mondo” non può essere eluso, nemmeno forzando lo sguardo e la prospettiva, ad esempio escludendo con delle pareti (come le mura di un piccolo vicolo…) ciò che circonda. Le stesse pareti, infatti, restano e delimitano, configurando un nuovo “mondo”, la verticalità del punto di vista: la costringono ad una ineliminabile orizzontalità che trova un limite proprio nelle pareti.

    La verticalità comprende dunque l’orizzontalità: essa tiene insieme, a livelli sempre più indeterminati, le realtà che stanno sotto, fino al punto di arrivare ad una estensione che non accenna a definirsi, ma che al contrario rinvia ad una ulteriorità sempre aperta e inqualificabile. Anzi, sebbene io guardi in alto, e mi sforzi di “sfuggire” ciò che mi circonda, ciò che sta in basso sarà sempre più vicino di quanto lo sia l’apice della verticalità: è precisamente lì, e nell’impossibilità di abbracciare tutto, che scopro il limite e la precarietà.

    Questo tipo di esperienza è quella che ha tentato di fare Riccardo Lorenzi attraverso la sua macchina fotografica: non ha forzato lo sguardo isolando (con un teleobiettivo) un “oggetto” che sta in alto, ma ha cercato di vederlo come il “punto-dimensione” che al tempo stesso è parte e riferimento di una orizzontalità sempre più ampia e che, in quanto inafferrabile e indefinibile, è luogo di comprensione della realtà sottostante. A questo livello, l’orizzontalità sembrerebbe confondersi con la verticalità; eppure essa si “scopre” soltanto attendendo, ancora in una relazione ineliminabilmete orizzontale, una nuova verticalità.

    Massimiliano Marianelli

  • In fondo, su in alto

    Raccontare il consueto è sempre un impegno non facile, forse è più difficile che raccontare una guerra o una carestia, se pur meno drammatico.

    Ogni giorno, in un giorno qualsiasi, in una ridente cittadina d'Italia, si esce di casa, si cammina con passo affrettato, si lancia un'occhiata in alto e su, oltre i tetti, uno squarcio di cielo abbagliante, in genere, per gli occhi abituati allo scuro della strada. Ecco uno sguardo lanciato giusto per vedere come butta il tempo. Per quelle vie il cielo potrebbe non esserci, se non alzi la testa del tutto, se non reclini il collo all'indietro sforzandoti, non lo cogli, non rientra quasi per nulla nel campo visivo, eppure è il cielo, il tono della sua luce, che ravviva o spegne i mattoni, i vetri cupi delle finestre, la pietra che spesso è 'serena'. Insomma spesso lo sguardo quotidiano non comprende il cielo, se non per sbaglio, Riccardo Lorenzi sottolinea che in fondo -o in cima- c'è sempre il cielo, un cielo spesso bianco latte. Ma non solo.

    Ri-pensare al quotidiano. Alla storia di Franco Alessandrini o al percoso della memoria che cipropone Marco Baldicchi, sono uno spunto per riflettere, per rivedere la materia del nostro intorno, forse addirittura vederla per la prima volta. Cogliere gli incroci dei tetti come figure geometriche composte con grazia o le stratificazioni, gli stili, gli affacci e aver la voglia, un pò voyeureristica, di guardarci dentro, magari per immaginarsi un signora antica che da lì ti ha guardato scorrere per anni. Fughe prospettiche che si confondono con voli pindarici che sembrano senza fine, anche solo per un momento. E questo basterebbe. Il Lorenzi sarebbe soddisfatto del suo lavoro. Ne sono sicuro.

    Il bianconero è il mezzo primo di tutto ciò e non banalmente perché ricorda le foto-di-una-volta, ma bensì per la sua capacità essenziale di semplificare, di disegnare la materia, di andare subito al sodo, Riccardo, che fin dalla più tenera età conosce questa tecnica, ne è un abile compositore. Le sue verticalità non rappresentano solo arditi punti di vista, tracciano disegni impossibili, creano alternanze possibili. E' soprattutto Riccardo-amico che ti dice in un orecchio, con garbo, come sa fare lui con innata levità: "Guarda quell'angolo sembra l'impronta fossile di un pesce, quella finestra bugnata è il carapace di una tartaruga pietrificata".

    Quindi adesso, camminando per un vicolo, si guarda in su scoprendo grafiche poetiche come di fronte alle figure create casualmente dalle nuvole in cielo, già ma qui non è il cielo a disegnarle.

    Il sogno non sta né in fondo, né in alto ma nei nostri occhi.

    Lo dice Riccardo nelle sue foto.

    Grazie.

    Giovanni Santi

  • New Orleans, Novembre 2006

    L’amico Riccardo mi parlò tempo addietro di questo progetto: foto di posti a me cari e quello che avrebbero suscitato in me.

    Feci una passeggiata con lui per il Borgo: Porta Romana, Porta Fiorentina, i cantoni… Mi sentii immerso nei ricordi, le cose più strane tornavano alla mente. Alcune di queste le ho buttate giù, così come sono venute, in piccoli pezzetti di carta che, come pezzetti di tempo, svolazzano lontano, sempre più lontano.

    Le foto, istanti rubati alla realtà, il passato senza futuro. Cose tristi, rattristate ancor di più dalla mancanza del colore, dell’intonaco di questo paese: come hanno fatto queste mura a resistere nel tempo, generazioni dopo generazioni, senza scoppiare e disintegrarsi?

    La bellezza e la solarità della sua gente, il calore delle storie, delle novelle, gli intrighi, gli amori, le guerre, gli onori, i personaggi: questa è la tavolozza che colora questo Borgo, dove tutti attingiamo per colorare noi stessi.

    Franco Alessandrini

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    il Palazzo, la parte nobile:

    mi sento come ci fossi

    sempre vissuto

  • profumo di pietre bagnate

    la fionda

    le toppe

    il sangue dal naso

  • la gente che viveva nei palazzi

    era molto più grande

    della gente normale:

    "guarda queste finestre,

    questi portoni"

  • Corrispondenze

    Caro Riccardo,

    per questa mia breve introduzione ho scelto la forma epistolare, più intima in un certo senso, perché è come se il ricordo di quella splendida mattina trascorsa insieme lungo le vie di Città di Castello possa in questo modo rivivere più vero. É stato un grande piacere e un grande onore essere invitato da te a collaborare a questo progetto sulla “verticalità”. Il punto di vista nell’arte ha un peso evidente: il punto di vista, in un certo qual modo, è l’artista.

    Il mio contributo alla tua opera è consistito nel costruire un itinerario personale e “ideale”, attraverso i vicoli e le vie di Città di Castello, messo insieme nella mia memoria più che nella toponomastica. Riconoscere e riconoscersi in un luogo così profondamente, crea un legame persino con le singole pietre di una via. Sono impresse sui muri la storia, i segni dell’uomo che li ha creati e le tracce del tempo che li hanno intaccati e corrosi. Avviene perciò uno scambio tra il luogo, il tempo, le persone.

    In questo lavoro c’è una singolare triangolazione fra l’artista (tu, Riccardo), la guida (io), e il luogo. Una doppia interpretazione del soggetto osservato prima attraverso l’occhio della guida, poi attraverso quello del fotografo che lo ritrae, assumendo il singolare punto di vista di questo “verticalismo” accentuato.

    La routine quotidiana rischia di sottrarre alla vista il mondo intorno a noi. L’abitudine ai luoghi, la consuetudine, ci distolgono dall’osservare. Si guarda ma non si vede. Attraverso queste immagini, che orientano lo sguardo in modo nuovo, ci si sente stimolati a riscoprire il quotidiano. Potrebbe essere un esercizio utile a chiunque per rinsaldare dei legami e riflettere, magari, anche su se stessi. Diceva Gino de Dominicis: «è lo spettatore che si espone all’opera d’arte, non viceversa».

    Durante il periodo bizantino il punto di vista nell’opera artistica è stato ribaltato; la rappresentazione del sacro imponeva che il soggetto fosse più importante dello spettatore. Non è certo quanto avviene in queste opere, ma lo straneamento che ne deriva rende i soggetti partecipi, piuttosto che oggetti passivi del fotografo. Ed è questa, a mio avviso, la novità che caratterizza il tuo lavoro: sei riuscito a rendere l’oggetto delle tue foto soggetto attivo, e non, semplicemente, qualcosa da rappresentare.

    Non me ne ero reso conto all’inizio, ma dopo profonda riflessione ho capito che nel tuo fare – così umile e modesto – hai individuato una strada nuova. E questo è prerogativa di tutte le grandi espressioni artistiche.

    Grazie Riccardo.

    Con affetto, tuo Marco

    Marco Baldicchi

  • by-pass

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    cornice per cielo

  • quasi un ricordo di B.

  • skyline

 
  domenica 17 novembre 2019 - Privacy - Cookie - Copyright Riccardo Lorenzi